Penso che un sogno così non ritorni mai piùùùù! Mi dipingevo le mani e la faccia di bluuuu!

Oggi sono in vena canterina, svolazzo al sole con il progetto di scoprire qualcosa di nuovo. Anzi, lo dico? Fuga da Alcatraz! Con tutto il rispetto per la mia arnia e il suo statuto sociale, ogni tanto la ribelle che è in me freme per la libertà. Ho un’idea che mi frulla dentro il capo, più potente persino della ricerca del nettare e dell’albero di fiori d’arancio di cui mi ha parlato quella golosona di mia sorella Tatiana.

Trovare un’ape selvaggia, free, aliena dalle regole, senza alveare custodito dall’apicoltore. Un’ape che non sia apis mellifera, come veniamo definite noi api “domestiche”. Voglio scoprire come si vive in una comune indipendente, chissà mai che mi accolgano tra loro? Vuoi mettere che pace? Non sentire mai più le ramanzine di mia madre, l’ape regina! O di tutte le sue fidatissime amiche, pronte a ricordarmi le regole implacabili della trofallassi e della divisione dei compiti.

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Così, mi sono allontanata sempre più dall’arnia. Non ricordo per quanti chilometri io abbia volato, ma tanti, tantissimi! Vi dico subito cosa ho scoperto sulle mie sorelle libere. Circa un terzo delle api solitarie nidifica in buchi nel legno, praticati da larve di altri insetti o che si scavano da sé, come nel caso dell’ape legnaiola. Le altre nidificano in gallerie che si scavano nel terreno, spesso cercando di stare comunque vicine a loro simili. Infatti, tu guarda che combinazione, mi sono imbattuta proprio in un’ape minatrice!

angie ape guerriera api scomparsa

«Piacere di conoscerti, io mi chiamo Angie, e tu?». Lei mi squadra da capo a zampe, con sguardo molto diffidente e mi fa: «Da dove vieni? Hai il profumino dei quartieri alti, tu!». Resto un po’ stupita. Se fossi un’umana, quasi arrossirei, quasi. «Beh, io sono un’ape esploratrice!», rispondo con tono fiero. Voglio subito farle capire di che pasta sono fatta. Che non mi si scambi mica per una snob! «See, see, ma dove abiti? Non ti ho mai vista da queste parti». «Vivo in un’arnia parecchio lontana da qui». «Ahhh! Ci avrei giurato! Un’arnia! Sei una schiava del sistema, quindi», sogghigna.

«Perché, tu invece non hai un’arnia dove tornare la sera?», domando stupita, «non hai un apicoltore che si prenda cura di te e delle tue sorelle?». «Sorelle? Ma che dici! Io non voglio parenti tra le scatole, sono single e me ne sto per conto mio». Mi ha incuriosita di brutto. Mi sono fatta raccontare il suo sistema di vita. Lei è un’ape fortissima e scava, scava, scava. Lo scavo è effettuato con le mandibole e le zampe anteriori: frantuma il terreno con le mandibole, poi usa le zampe anteriori per ributtare indietro la terra, aggrappandosi alle pareti del tunnel con le zampe posteriori.

 

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Quando lo scavo diventa più profondo, usa anche l’addome per spingere fuori la terra, che forma dei piccoli cumuli all’entrata del tunnel. A seconda delle specie, i tunnel hanno forme diverse. Possono avere un asse centrale verticale, da cui si diramano gallerie laterali, al termine delle quali c’è una camera, che lei provvede a isolare dall’umidità con sostanze secrete da una ghiandola nell’addome, in cui è deposto un uovo con una scorta di polline e nettare per la larva. Fatto questo, l’entrata della camera viene chiusa con terra, e lei inizia a scavare un’altra galleria laterale. Il materiale di scavo viene depositato nella galleria precedente, in modo da evitare di portare la terra in superficie.

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«Ma lo sai, signorina, che tra poco non ce ne saranno più di api come me? La biodiversità è in crisi, non riesco più a trovare fonti di cibo sufficientemente varie. E neppure luoghi di nidificazione. Ricordati di me, potresti raccontare ai nipoti di avere incontrato l’ultima ape selvatica».

Mi veniva da piangere… Uffa, ma perché essere così stupidi da distruggere un pianeta bello come il nostro? Mi sono messa su un fiore di malva a riposare. In testa, avevo mille immagini strane, che venivano a trovarmi.

Ecco, ad esempio, un dodo. Una specie di tacchinone gigante: «Vivevo tranquillo alle Mauritius, non davo fastidio a nessuno», mi dice.«Un brutto giorno è arrivato l’uomo, nel 1598. Ha portato con sé animali che non conoscevo. Cani, gatti, maiali, che mi ammazzavano per mangiarmi. L’uomo ha deciso di non allevarmi, perché le mie carni per lui non erano buone. Così mi sono estinto».

Poi, mi compare davanti un visone marino: «Angie, ti racconto la mia triste storia. Abitavo la parte Nord Orientale dell’America. I nativi mi cacciavano solo per uso personale, per nutrire se stessi e i loro figli. Poi, sono arrivati gli europei e hanno iniziato a ucciderci in maniera intensiva, per vendere le nostre pelli. Mi sono estinto nella seconda metà dell’Ottocento». Sono sconvolta, ma non finisce qui!

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Ecco arrivare al galoppo un Quagga, che nella parte davanti somiglia a una zebra, in quella dietro a un cavallo.«Vivevo in Sud Africa e sono finito nei guai quando arrivarono i primi coloni olandesi boeri. L’uomo bianco con le sue armi cominciò a cacciarmi. Ma non ero facile da allevare e loro avevano già il loro bestiame da pascolare. L’ultimo mio esemplare era una femmina, custodita allo zoo di Amsterdam, che morì nel 1883».

Oddio, aiutooooo!

Mi sveglio, sudata, nel panico. E’ stato un brutto incubo, solo un sogno. A noi non accadrà mai di estinguerci, c’è il nostro apicoltore che ci cura!  Noi non ci estingueremo mai come questi poveri animali. Queste sono cose che accadono in sogno.

Già, ma solo se finalmente ci svegliamo tutti, e la smettiamo di fare cavolate!

 

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Autore: Giovanna Fumarola